Notturno

Al telefono la tua voce, non ho richiamato
altre volte la mano ha esitato avrei dovuto capire,
moriva il passero tra le foglie della kentia.
Non contano le ore o i giorni sale la nebbia
il secchio rosso dondola ancora sul ramo
graffia la pagina la gatta appunta il verde degli occhi lapis di un notes, la tua vita.
Forse ti sei soltanto addormentata dolorosamente ripiegate le lenzuola
tra cigolii di porte un’ombra sul capezzale infiamma il racconto,
non è l’adagio di una poesia è la storia o l’anima tua poche cose e sei fuggita
una valigia è rimasta aperta il sole insiste sulla terrazza.
Non squilla più il telefono d’improvviso ti eri innamorata una voce di giovinezza.
Ti assomigliavo forse so il dolore non c’è un bambino che gioca al sole.
Morti i ciclamini nel gelo di primavera manca la tua scrittura sui fogli bianchi.
Urgono le parole una ti ha rapita, poche lettere nella penombra
un inutile gesto di scherno per poi accoglierle nel loro lento annodarsi.
Implacabile la sete.
Sento che ancora mi cerchi e sorridi, non hai dimenticato l’humour.
Sono rinati i ciclamini i passeri si nascondono tra le foglie, ma l’autunno è freddo la pioggia furibonda.
Non saresti uscita avresti scritto ancora sempre.
Il cuore dell’estate ha pulsato troppo forte bruciando le aiuole,
il mare ha nascosto le palpebre.
Non ti ho più cercata. Il dolore arriva inaspettato, talvolta consola il silenzio.
Parlami ancora non sappiamo nulla
Accarezzi ancora i capelli alla piccola bambola bionda di un lontano Natale ?
La terra lavata di pioggia irrita lo scirocco, talvolta una nube nera incide il cielo.
Vorrei che tu venissi lungo quel sentiero perso nella baia, frangono gli arbusti
alti tra impronte di foglie sulla rossa terra.
Dammi la mano a precipizio la scogliera affonda tra gli alberi il buio del mare,
incessanti fruscii seguono i recessi del giorno.
Incontreremo forse una fata o il sogno di Biancaneve, non ho mai letto favole.
Sai sono stanca da molto tempo forse non so più pensare o parlare,
ma cerco un luogo segreto dove trovare il giusto profilo delle cose.
Un tonfo di ciottoli forse è il poeta che li getta nell’acqua,
si nascondono furtivi gli angeli sfrondano ombre di platani,
occhi rossi dal salmastro le bacche tra i cespugli esorcizzano la notte che tu non temi
e mi accarezzi il viso, lentamente ritraendoti, ora cerchi soltanto la tua casa io non so la mia.
Seguimi non è lontano il castello appartato sullo scoglio non puoi violarlo.
Cespugli d’erica, gole d’ ortiche chiudono il passo,
s’inoltrano i ragazzi per amarsi tra recessi e angoli bui.
Scricchiolano rami secchi scoscesa la strada apre al mare,
sfrondi ombre dal viso.
Muore l’estate nella bora che cresce l’ultimo sguardo è così lontano un pettirosso posa
su un tumulo di foglie. Le mie mani arrischiano ancora la sorte,
seguimi aiutami a cercare un varco antico, fitti gli alberi
lacrimano resine.
Non allontanarti solo il tempo sa l’inganno, ma il castello è vicino
le rose canine un’altra favola dicono, non le puoi cogliere
scendono con noi odorose lungo il sentiero.
Ascolta le grida, sale la fanciulla s’inerpica tra i rovi
bucano le spine cola il sangue, non s’ acquieta
nel solitario parco cerca lo sposo. Non ritorna la nave stregata
sepolto il sogno sotto una luna maia.
Forse non hai mai visto fuggire timorosi gli scoiattoli saltare rapidi tra i rami,
non lasciano impronte sulla neve, solo piccole ghiande cadono
silenziose sul bianco tessuto disegni lunati.
D’assenze la mia, la tua giovinezza labirinto l’amore
dolore che non sconta silenzio che s’inarca nel vuoto di risposte.
Talvolta tra le dita l’inquietudine e il nulla.
Un nuovo Natale è già passato briciole di pane il tempo ruota di assenze
tra luminarie e giostre antiche. Bambini festosi stringono regali la Befana li attende
gelido il vento sugli occhi teneri dedali di gioia. Non ti ho vista tra la folla
la neve sai ha dissipato nubi lasciando dell’infanzia le corse sulla slitta
le fiabe immaginarie. I sogni accavallano immagini furtive furtate al tremore d’una vita.
Il tuo Dio forse ti parla la sua voce giunge confusa non è limpida la luce la sabbia acceca nel Suo nome.
Non si è fermato l’orologio la laguna ha l’arrendevole stanchezza dei barboni addormentati
li risveglia solo una carezza. Salsedine la malinconia sale dalle fondamenta
incatena al bivio i sogni un esilio di giovinezza.
Mi ricordi una lunga passeggiata in un tardo autunno il piccolo cimitero ebraico
le lapidi tra alti arbusti stregate da un libeccio salmastro.
Nel sopore estivo tra il bianco e lumi abbandonati
ho camminato il vento dell’Egeo rischiara le pietre nel bagliore di un estremo esilio.
Non so cosa cercavo tra foglie e ciottoli se non un indizio, il soffio d’ un’anima,
non so cosa ti resta ora che procedioltre il segno finale e il dilatato destino.
Difficile dirsi addio.
Raffaella Bettiol
